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7. Ilha Grande

 

 

ok. Questo post si potrebbe chiamare “L’avventura di Ilha Grande” o “Alla ricerca del sacro graal dell’isola” o semplicemente “L’isola”… Ma siccome, come dice Sloterdjik, -“oggi non esistono più avventure ma solo ritardi”- comincerò la narrazione dei fatti dicendo che:
L’appuntamento con M. era fissato alle 7 sotto casa sua per andare dunque alla stazione dei bus (rodoviaria) e beccare il primo mezzo che ci portasse ad Angra dos reis, cittadina sulla terraferma nello stato dello Rio de Janeiro di fronte la pluricitata isola…
Come da copione, arrivo (appunto) in ritardo da lui dove lo trovo sotto casa prontissimo e scattante: “abbiamo tutto?” gli chiedo. “tutto”. Dopo pochi minuti ci ricordiamo che io ho dimenticato gli occhialini e lui la borraccia in freezer (tipico..).
La novità vuole che la compagna di Overseas Estrella (argentina con passaporto italiano; il numero di matricola non me lo ricordo…) venga con noi nei successivi giorni: ovviamente questo non succederà visto che rimarrà prima a Rio 3 giorni e poi raggiungerà i suoi amici ispanofoni nell’isola, un giorno dopo la nostra partenza per il litorale sud di quest’ultima...
Arrivati in rodoviaria dunque, belli carichi come balestre facciamo bella mostra dei nostri zaini europei-turboequipaggiati e tentiamo di fare il biglietto sgomitando al bancone “Passaro Verde bus lines”. Sorpresi come albanesi arrivati da poco in italia, apprendiamo che il bus delle 20,30 per Angra è già pieno e che ci tocca come unica alternativa arrivare alla città maravilhosa (Rio) e da lì prendere un altro bus domattina alle 6. Bella Martì e bella lì, due ore dopo siamo già nel ristorante più trucido della della Avenida Afonso Pena a gustare un ottimo piatto mineiro: 6 reais a testa e ci portano riso, fagioli, carne, carne , carne, patate fritte e “insalatina jackson julienne”.  Per ammazzare il tempo facciamo un giro sotto al “ponte hip hop” per vedere se è in corso il consuetudinario “duelo dos MC’s”, ma niente, troviamo solo tristezza, vuoti e mignotte.  “2 ore di discussione sul mondo” dopo, ancora con lo zaino in spalla ci fiondiamo alla rodoviaria per prendere il dannato mezzo: con Estrella- che era alla ricerca di solitudine a Rio- e tanto tanto astio ci immettiamo nel bus dove aspettiamo di essere traghettati fino a Rio. Dopo 6 ore di goduria, passati a cercare di dormire in un’aria immersa di puzze e musica funky-carioca, arriviamo a Rio. Io, che ancora non sono mai stato, appena arrivato cerco con lo sguardo la skyline della città, ma il tempo è coperto e quindi decidiamo di prendere il primo bus per Angra, quello delle 6 e 40. Abbandonata Estrella alle sue riflessioni da neosingle(?) prendiamo il secondo bus del mese e arriviamo dopo 2 orette ad Angra: il cielo è ancora terso, l’aria carica di pioggia e i nostri sguardi infastiditi dai locali, desiderosi di venderci biglietti per l’isola, guide e inculate… Noi copriamo a piedi la distanza che ci separa dal porto e incapaci di contattare un pescatore locale per arrivare alla Island, prendiamo il primo traghetto-cataturbomarano: 40 minuti dopo siamo ad Abraao, città principale dell’isola, dove ci accoglie una roda di capoeira e un sacco di pioggia; ma proprio tanta. 50 metri di molo dopo becchiamo Caterina (!!!!) la quale ci sorprende e prendendoci per mano ci conduce alla pousada (sopra il molo) dove è alloggiata con le sue amiche A. e C. (insieme formano il “trio mondezza”: parole loro) da 2 giorni. Accolti con sorrisi italiani, calore brasiliano e riso thaitiano al pesce crudo (una di loro è stata a studiare lì) ci ricongiungiamo col nostro terzo compagno di avventura: Vincent. Lui appare inzuppato fradicio, con un faccia da vero turista biondissimo, una bicicletta e due occhi che dicono molto sul suo ultimissimo passato sulla strada: 130 km in un giorno con la pioggia. Alè.  In definitiva passiamo 3 notti e due giorni a prendercela con Dio per il cielo che ha apparecchiato, bestemmiando in ogni lingua possibile e approfittando delle poche ore di “secca” per fare dei giretti vicino “a’ capidale da isola”. Incontriamo turisti di ogni parte del mondo, osti scocciati, spiagge deserte, una prima foresta fittissima, birra, supermercati micro, e pescatori ubriachi di caxaça nelle notti insonni. Scambiamo chiacchiere su chiacchiere (non conoscevo ne Vincent ne A., la quale peraltro sta facendo una ricerca-tesi molto interessante di sociologia urbana a Rio), beviamo ogni sorta di the, fumiamo solenni e progettiamo (come si vede dalla foto…) il viaggio che speriamo di fare nei prossimi giorni, decidendo che la parte più interessante da visitare sarà la parte sud dell’isola, quella che da verso l’oceano: più selvaggia, con spiagge più belle e trek da paura. Il trio mondezza non si è ancora deciso e il tempo, atmosferico e non, le scoraggia parecchio: ci lasceranno al nostro destino lunedì pomeriggio; ereditando così la loro turbo camera con cucina vista mare a 3 euro a notte, un pacco di sale, e sporcizia sul pavimento (che verrà poi freneticamente pulita dal tenente Martino, il quale si lamenterà del fatto che le italiane sono “vevamentè spovchè…”). Così, Caterina ci lascerà lunedì mattina (dopo aver tentato con scarso successo-  per via del suo “ritardo” cronico coi traghetti -di andarsene già più volte… ), C. e A. condivideranno con noi qualche ultima birretta, qualche caffè e un ottimo piatto-povero da me inventato al gusto di patate, mandioca, zucca, riso e odio, collaudato in una notte di magrezza intellettuale, battezzato “mata atlantica”…

(segue)

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